Dai cobot alla lead generation, grandi sfide e opportunità per le aziende italiane

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È un fenomeno complesso, la “Rivoluzione delle ICT”. È come il fiume descritto da Umberto Eco ne “Il nome della rosa”, che in prossimità del mare «diventa il proprio delta»; resta «forse un ramo maggiore, ma molti se ne diramano, in ogni direzione, e alcuni riconfluiscono gli uni negli altri, e non sai più cosa sia l’origine di cosa…

La “Rivoluzione delle ICT” significa cloud, intelligenza artificiale, lead generation, ma anche robot industriali di nuova generazione, additive manufacturing, frese a 6 assi, e moltissimo altro. Tecnologie in costante dialogo tra loro, capaci di fungere da ponte tra industrie e mondi diversi. Si pensi al CAE, ad esempio, che è la nuova frontiera della prototipazione rapida, ed è prezioso per il settore manifatturiero per eccellenza, quello dell’automotive. Sempre di più lo sviluppo di una tecnologia tende ad avere ramificazioni inaspettate in altri domini, e le contaminazioni sono all’ordine del giorno.

In Italia un attento osservatore dell’innovazione abilitata dal digitale, dall’internet marketing alla robotica, è Marco Bettiol,Marco Bettiol robot ricercatore presso il dipartimento di scienze economiche e aziendali dell’Università di Padova. Laurea in economia aziendale a Venezia, PhD tra Udine e Berkeley, da anni Bettiol si occupa di temi importanti come l’impatto delle ICT sui modelli delle PMI, l’innovazione per il rilancio dei distretti industriali, il ruolo dei Knowledge Intensive Business Service.

In questo approfondimento trovate alcuni estratti della lunga conversazione avuta con Bettiol. Siamo partiti dalla robotica, fenomeno che oltre a esercitare un grande fascino intellettuale (sin dai tempi di Aristotele), interessa moltissimo le imprese italiane. Non a caso sono più di 2.200 le aziende semanticamente caratterizzate dalla parola “robotica”; quasi 300 quelle contraddistinte dal concetto di “robot industriali”; il ben più generico termine “automazione” riguarda 22mila aziende, da colossi industriali con fatturati miliardari alle startup neonate.


In un recente articolo, lei ha introdotto un concetto all’apparenza ossimorico, quello di “Robotica umanistica”. Cosa intende?

Per rispondere alla sua domanda devo fare una piccola premessa. Se mi occupo di Robotica è perché essa costituisce un fondamentale paradigma della trasformazione e dell’impatto che le nuove tecnologie potranno avere in ambito manifatturiero. Ovviamente la Robotica non è un tema nuovo, se ne parla sin dagli anni ’60, ma oggi i robot non soltanto diventano sempre più capaci, ma sono connessi alla rete, e questa è una straordinaria rivoluzione. Occorre però saper trarre vantaggio da tutto ciò.

Con la Robotica umanistica?

Vede, oggi la Robotica tende a tradursi in quella che io chiamo “Robotica sostitutiva”. In altre parole, si utilizzano queste tecnologie per sostituire, in lavori di tipo ripetitivo, l’operaio. Si parla, a riguardo, di “dark factory”, cioè la fabbrica che opera al buio, e non ha bisogno né di riscaldamento né di intervento umano. Una fabbrica completamente autonoma, insomma, e anche se si tratta ancora di un’utopia, ci sono molte grandi aziende, ad esempio alcuni colossi manifatturieri cinesi, che vanno in questa direzione. Con la Robotica umanista propongo di iniziare a ragionare su un altro terreno, molto interessante per l’Italia e per il suo patrimonio culturale e industriale. Anziché concepire il robot come la macchina che ripete milioni di volte la stessa operazione, proviamo a pensare ai robot come macchine per produrre pezzi sempre diversi, e a parlare di Lotto 1, cioè robot in grado di aiutarci ad accrescere la varietà delle produzioni.

Una sorta di automatizzazione creativa, quindi…

Esatto, un’automatizzazione alimentata da una collaborazione, sempre più stretta e fruttuosa, tra l’essere umano e la macchina. Invece quando la Robotica è funzionale solo a replicare (potenzialmente all’infinito) una stessa attività, lì l’essere umano scompare. Lo vediamo, ad esempio, in alcuni segmenti della produzione automobilistica; la saldatura e la verniciatura, che sono attività programmabili in modo molto preciso, sono di fatto già interamente gestite da robot, senza alcun intervento umano, perché le azioni sono sempre uguali.

Le cose cambiano molto se invece il prodotto è sempre diverso, se si punta su una produzione customizzata, on demand, personalizzata. Allora il ruolo del robot muta, viene a prodursi una nuova complementarietà tra il lavoro dell’essere umano e quello della macchina. Si generano delle economie, e anche un certo tipo di ripetibilità nella qualità, allo stesso tempo però dando una grande varietà. In questo modo si può combinare il meglio dell’essere umano, ossia il suo genio creativo, con il meglio della tecnologia.

Questo concetto ricorda quello di cobot (cooperative robot), e rimanda a un approccio alla tecnologia più antropocentrico; essa viene concepita come un insieme di strumenti per ampliare il raggio d’azione e comprensione dell’essere umano, ma riconoscendo il ruolo insostituibile del tecnico o del professionista.

Il cobot, l’idea del robot collaborativo, implica una realtà in cui esseri umani e macchine siano in grado di lavorare insieme, fianco a fianco. Ma siamo solo agli inizi. Estremizzando, penso che il robot potrebbe diventare il nuovo scalpello dell’artigiano tecnologico; in fondo anche lo scalpello è una tecnologia, per quanto antica (ma di grande successo, dal momento che la usiamo ancora oggi). Con lo scalpello si possono creare molte cose diverse, e lo stesso varrà per i robot, destinati in futuro a diventare sempre più duttili, e facili da programmare.

Com’è messa l’Italia nel settore della Robotica?

È un discorso a due livelli. Dal punto di vista della ricerca, abbiamo un ottimo posizionamento a livello internazionale, grazie a centri davvero di eccellenza. Uno di quelli più rilevanti è un territorio caro a SpazioDati, ossia Pisa, che ci ha reso leader nei cosiddetti soft robot, cioè i robot privi di esoscheletro. Poi c’è l’Istituto Italiano di Tecnologia, che negli ultimi anni è cresciuto tantissimo, il Politecnico di Milano, la Federico II di Napoli… Le cose sono più complesse dal punto di vista produttivo: non ce la caviamo così male, siamo secondi o terzi nelle classifiche europee inerenti il rapporto tra robot e dipendenti del settore manifatturiero, ma una parte del nostro parco-robot è antiquato. Bisognerà vedere come affronteremo la sfida dell’Industria 4.0, cioè i robot di nuova generazione e non solo. Certo, come ho già detto per noi sarà meglio puntare su personalizzazione e customizzazione, perché nella produzione di massa abbiamo perso molto terreno, negli ultimi anni.

Con Atoka abbiamo visto che le aziende italiane caratterizzate dalla parola “Robotica” sono oltre 2.200, quelle con la parola “robot” nel proprio sito sono più di 12mila. Il tema, dunque, tocca davvero una fetta importante del tessuto produttivo nostrano…

Sì, assolutamente. I vostri dati confermano quanto abbiamo detto. Del resto per l’economia italiana quello dell’automazione è sempre stato un settore molto importante, si pensi solo alla meccanica di precisione, e alla meccatronica, dove vantiamo una leadership europea, e anche internazionale. Quindi c’è familiarità, una frequentazione costante con queste tecnologie. La sfida però è quella dell’Industria 4.0, un salto evolutivo nel modo di produrre che non significa comprare qualche altro robot per la propria catena di montaggio, ma integrare il nostro sistema manifatturiero con il digitale. È una sfida di portata globale, nuova per tutti. Persino i tedeschi, che pure sono partiti un po’ prima di noi, devono oggi affrontare la concorrenza di un nuovo tipo di manifatturiero, quello degli smart products americani. È una sfida persino per i cinesi, che vogliono mantenere la leadership in un settore cruciale per la loro economia; ecco perché hanno comprato di recente uno dei più importanti produttori di robot, l’azienda tedesca Kuka, e importati system integrators italiani.

Parlando di digitalizzazione, quanto sono ricettive le aziende italiane? Secondo Atoka, su una popolazione di quasi 6 milioni di aziende, esistono solo 661mila siti web, e 48mila e-commerce. Non è un dato sconfortante?

Messa così sì. Bisogna tenere presente che gran parte delle imprese italiane sono individuali, quindi questo dato va un po’ stemperato, dal momento che in molti casi si tratta di micro-imprese. Detto questo, è vero che a livello europeo, in molti settori (ad esempio la diffusione della banda larga, l’e-commerce, l’alfabetizzazione digitale), l’Italia purtroppo è stabilmente nelle ultime posizioni, se non proprio nell’ultima. Questo è un dato preoccupante, dobbiamo recuperare a tutti i costi, anche perché il digitale potrebbe aiutarci a raggiungere un bacino di clienti molto più vasto. Per i tipi di Marsilio ho scritto un libro, Raccontare il Made in Italy”, proprio legato al tema del digitale, e al paradosso di un’economia italiana ricchissima di prodotti straordinari, ma incapace di raccontarli. Si dimentica, per esempio, il potenziale dei nuovi media, o anche dei negozi online. Detto questo, è anche vero che il nostro export cresce tantissimo. Immaginiamo cosa potrebbe accadere se usassimo in modo molto più costante e sistematico queste tecnologie.

Non a caso il concetto di lead generation è ancora poco conosciuto in Italia, mentre in altre realtà avanzate, come gli Stati Uniti, il Regno Unito, la Francia, c’è molta più familiarità, ed esso viene considerato indispensabile per il marketing…

C’è poca familiarità con il digitale di per sé, e ciò genera a cascata tutta una serie di difficoltà nell’interpretare i potenziali benefici di tecnologie come, appunto, la lead generation. Guardi, è proprio una questione di uso; più una persona utilizza una cosa e più ne comprende i punti di forza, le potenzialità, e ne riesce ad estendere l’ambito. In caso contrario ciò che è molto sofisticato, per quanto utile, non viene apprezzato… è come insegnare l’inglese avanzato a qualcuno che non ha neanche le basi.

Manca proprio una cultura del digitale.

Sì. Chiariamo: oggi le aziende si stanno mettendo al passo, negli ultimi anni hanno iniziato a investire in quest’ambito, perché non si può aderire a una rivoluzione senza avere persone in grado di interpretare questi linguaggi, queste tecnologie, e poi di declinarle in azienda. È importante che anche il mondo della formazione pubblica faccia la propria parte. Gli ITS sono stati un successo e vanno potenziati. E’ anche vero che dobbiamo iniziare a introdurre la cultura digitale in modo più capillare nella Scuola italiana, anche negli studi classici.

In paesi europei come la Svizzera, la Francia (specie dopo le recenti elezioni), la Germania, il tema dell’innovazione digitale in particolare, e dell’innovazione tecnologica in generale, è molto presente nel discorso pubblico. In Italia no. Qual è la sua opinione a riguardo?

Secondo me in Italia parliamo troppo ma facciamo troppo poco; c’è più calcio parlato che giocato, mi passi la metafora. Avremmo bisogno invece di meno enfasi e più programmi, più capacità di trasformare queste idee in realtà. Nel nostro paese tendiamo a innamorarci delle mode, dell’ultima rivoluzione tecnologica, senza però avere poi la costanza di declinarla ogni giorno all’interno delle aziende. Certo, abbiamo anche difficoltà specifiche, ad esempio un mercato di VC ancora troppo piccolo, però dovremmo concentrarci di più sull’applicazione pratica. C’è ancora molto da fare.

 

[immagine della cover tratta da Pexels,@247932]
La redazioneDai cobot alla lead generation, grandi sfide e opportunità per le aziende italiane
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1 comment

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  • ada - 1 Agosto 2017 reply

    il problema non sono i robot, cari amici bloggers, ma il fatto che non ci si preoccupa di chi perde il lavoro a causa dei robot. Va bene innovare, ma l’aspetto sociale deve essere curato e tutelato.

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