BeMyEye, la app di store-check che con Atoka trova gli esercizi commerciali in un click

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42 anni, una laurea in econometria della finanza alla Bocconi, esperienze di lavoro sia in proprio che in realtà aziendali del calibro di Motorola. È l’identikit di Gian Luca Petrelli, fondatore e presidente esecutivo della startup (milanese, ma dal respiro europeo) BeMyEye: un servizio altamente innovativo per svolgere in crowdsourcing attività di store-check e mistery shopping.

«Supponiamo che una grande azienda americana lanci sul mercato italiano un nuovo energy drink, e che si accordi con migliaia di bar e supermercati, dal Trentino alla Sicilia, per dare grande visibilità ai suoi frigoriferi con questo nuovo energy drink – spiega Petrelli –. Come fa poi l’azienda a sapere che bar e supermercati stanno rispettando l’accordo? Dovrebbe fare store-check, ossia mandare delle persone a controllare. Ma se i bar e i ristoranti coinvolti sono migliaia si tratta di un’operazione molto lunga e costosa. Noi di BeMyEye abbiamo trovato la soluzione per offrire uno store check conveniente ma d’eccellenza».


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Grazie a un network di oltre 120mila privati cittadini, tutti muniti di un’apposita app per smartphone, BeMyEye può fornire in pochissimi giorni osservazioni attendibili e accurate da migliaia di esercizi commerciali in Italia, Germania, Regno Unito, Spagna e Francia.

«Aiutiamo le aziende a misurare cosa avviene negli esercizi commerciali che vendono i loro prodotti e a individuare i punti-vendita con il maggiore potenziale» spiega Petrelli «Ci occupiamo di rilevazione prezzi, censimenti di canale, store-check, mistery shopping e altro ancora, ma in modo flessibile, efficace e innovativo. E, come dicevo prima, anche competitivo dal punto di vista economico: grazie alla capillarità della nostra forza lavoro annulliamo le spese di trasferta e possiamo coniugare la qualità con un prezzo vantaggioso».

Per individuare gli esercizi commerciali da visitare, BeMyEye si avvale di Atoka, lo strumento di sales intelligence targato SpazioDati che offre informazioni dettagliate su 6 milioni di aziende in tutta Italia. A detta di Petrelli «Atoka per noi è fondamentale. Ci fa risparmiare tempo, e fornisce informazioni molto precise e attendibili».


Gian Luca, come sei arrivato a fondare BeMyEye?

Nel 2010, per i prodotti della mia ditta alimentare, organizzai una campagna promozionale in una catena di supermarket negli Stati Uniti. Era un investimento importante e mi domandai se fosse stata implementata in maniera corretta in ogni negozio. Mi rivolsi allora a un’agenzia specializzata per chiedere un preventivo ma chiesero una cifra esorbitante. Pensai che se solo avessi potuto contattare qualcuno nei dintorni di ogni negozio avrei potuto semplicemente chiedergli di scattare qualche foto con il suo smartphone.

Intrigato dall’idea cercai su internet e scoprii che nessuno offriva un servizio del genere. A quel punto decisi di farlo io. Depositai una domanda di brevetto negli Stati Uniti, disegnai l’architettura del servizio e i mockup, commissionai un piano di fattibilità a una software house e preparai un business plan. Presentai il progetto a degli investitori e riuscii a convincerli. La società venne quindi costituita grazie ai fondi di un importante Venture Capital – 360 Capital Partners –, a quelli di amici e parenti e grazie a un prestito erogato da Finlombarda per nuove iniziative imprenditoriali.

Quando siete diventati operativi?

Siamo diventati operativi commercialmente nel 2013 e da allora siamo cresciuti velocemente. Negli ultimi mesi abbiamo inoltre aperto filiali nel Regno Unito, in Francia, Germania e Spagna. Vi sono tante opportunità, e prevedo che la crescita continuerà a ritmi serrati.

Puoi spiegarci nel dettaglio cosa fa la tua azienda?

BeMyEye è un metro della realtà. Aiutiamo le aziende a capire cosa succede nel mondo reale, e in particolare nei punti-vendita. Molte aziende fanno grandi investimenti per ottenere visibilità per i loro prodotti o fanno molta fatica per capire quali sono i punti-vendita con il maggior potenziale per i loro prodotti… Tutte informazioni che si possono reperire soltanto andando fisicamente sul posto. Quando però i punti-vendita sono tanti, organizzare questo genere di operazioni con le proprie forze (ma anche con l’aiuto di un provider esterno) implica costi molto alti: ad esempio bisogna considerare i costi di trasferta. Del resto è impossibile visitare velocemente tanti punti-vendita sparsi, magari, in diverse regioni italiane o in vari Länder tedeschi.

Noi risolviamo tutti questi problemi grazie al crowdsourcing, cioè grazie alla folla. In poche parole, tramite pubblicità su Facebook arruoliamo – comune per comune – dei privati cittadini a cui chiediamo di istallare la nostra app (che si chiama anch’essa BeMyEye). Grazie a questa app gli utenti, che chiamiamo Eye dal momento che sono appunto i nostri occhi, visualizzano su una mappa la posizione dei luoghi, di solito negozi, dove c’è un “Job” da svolgere. A quel punto funziona come per i tassisti: il primo degli Eye che è in zona e ritiene il lavoro e la paga interessanti, prenota l’attività.

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A prenotazione avvenuta il Job scompare dalla mappa di tutti gli altri Eye, e l’utente che l’ha prenotato deve essere al punto-vendita entro un’ora. Una volta arrivato esegue il check-in, per dimostrare di essere davvero lì (una segnalazione con il gps nello smartphone e una foto all’insegna dell’esercizio commerciale), e inizia a svolgere il Job, ossia a compilare un questionario.

Solo un questionario?

Sì, è abbastanza facile e intuitivo. Certo, i questionari sono sempre diversi e dipendono dalle specifiche chieste dall’azienda nostra cliente. Talvolta bisogna inserire dei prezzi, altre volte rispondere a domande o scattare delle foto… Il Job si conclude con l’upload dei dati da parte dell’Eye. In questo modo noi riceviamo dati da moltissimi punti-vendita in tutto il paese e in tempi davvero rapidi. Dopo che il nostro staff ha validato i dati, questi divengono visibili al cliente che può consultarli in un’area riservata del nostro sito. Insomma, si tratta di un metodo che permette di raccogliere e organizzare dati dal territorio in maniera molto rapida ed efficiente.

Siete un po’ una Uber dello store-check…

Sì, in effetti abbiamo molto in comune con Uber perché appunto offriamo una prestazione in un determinato luogo e regoliamo la domanda e l’offerta di quella prestazione tramite un mercato. Per Uber la prestazione è un passaggio, per noi invece è uno store-check. Certo, loro sono una unicorn company, ormai sono un colosso, per cui ci sono un paio di ordini di grandezza a separarci ma il principio è simile. Inoltre chi lavora con loro è personale specializzato mentre per noi può lavorare chiunque, dallo studente all’impiegata part-time, dal libero professionista alla pensionata. Questo è possibile perché abbiamo ragionato molto sul sistema per organizzare il lavoro dei nostri Eye: vi sono diversi controlli, incentivi e disincentivi che impediscono di “barare” e rendono i dati raccolti, a mio giudizio, più attendibili di quelli prodotti dalle fonti tradizionali.

I vostri clienti come usano i dati raccolti?

Di volta in volta le aziende ci commissionano la raccolta di dati diversi per rispondere ad esigenze diverse. Nella maggior parte dei casi ci mandano nei supermarket (ma anche nei bar, nelle stazioni di servizio, nei negozi di scarpe o abiti ecc…) per monitorare quali sono i prezzi, com’è l’allestimento, se c’è un display promozionale, se i prodotti sono collocati ad altezza occhi sullo scaffale e così via… Sono tutte informazioni preziose per i clienti, perché la visibilità del prodotto o delle promozioni nel punto-vendita fa la differenza tra vendere e non-vendere. Spesso si spende molto per avere questo tipo di visibilità, ma poi non si riesce a misurare l’impatto di questo investimento.

Altro tipo di indagine è quella che valuta il potenziale dei diversi canali di vendita. Ad esempio, un produttore di gelati che deve decidere a chi dare il suo frigorifero o il suo materiale di merchandising, in base a quali parametri può decidere? Noi andiamo a raccogliere informazioni come il numero di vetrine dello stabilimento, se ha i tavolini fuori, che tipo di caffè vende e così via… Segmentiamo tutti i punti-vendita, non solo quelli già serviti dai nostri clienti ma anche gli altri, e li aiutiamo a trovare quelli più interessanti. Non si tratta quindi soltanto di misurare la visibilità degli investimenti, ma anche di individuare il punto-vendita con il potenziale più idoneo. Mi piace pensare che BeMyEye sia una sorta di Google Analytics per il mondo reale. Insomma creiamo efficienza nella raccolta di un tipo di dati prima molto costosi.

Certo, la parola d’ordine è efficienza.

Esatto. Anche perché i metodi precedenti non erano scalabili. Come si possono controllare 100mila bar? Naturalmente ogni industria ha un po’ le sue dinamiche. Ad esempio ci sono settori dove l’azienda vende i suoi prodotti a dei distributori ma non sa nulla di cosa avviene dopo. Noi creiamo trasparenza e aiutiamo quelle aziende a capire quali sono i distributori migliori andando a vedere dove e come hanno svolto il loro lavoro.

Quante persone lavorano con voi, e grosso modo quanto fatturate?

Siamo in 35, esclusi i part-time che fanno il controllo dei dati. La maggior parte di noi opera dall’ufficio di Milano, ma abbiamo sedi anche a Londra, Parigi, Madrid e Aquisgrana. Oltre alle persone del team BeMyEye ci sono poi i collaboratori sul territorio, i nostri 120 mila Eye. Certo, non tutti sono attivi, ma si tratta comunque di un numero importante, probabilmente siamo la field force più grande d’Europa in questo momento.

Quanto al fatturato, questo è il nostro terzo anno di attività. Abbiamo chiuso il primo anno fatturando 160mila euro, il secondo 750mila euro, quest’anno si chiuderà con un milione e mezzo, mentre l’anno prossimo pensiamo di fare un salto dimensionale molto rilevante in quanto diverranno pienamente operativi i 4 nuovi paesi dove pensiamo che si replicherà più o meno lo stesso andamento visto in Italia.

Come siete entrati in contatto con SpazioDati e soprattutto con lo strumento di sales intelligence Atoka?

A un evento in Silicon Valley ho conosciuto Michele e Gabriele, rispettivamente il CEO e il presidente di SpazioDati. Ci siamo raccontati quello che facciamo e abbiamo scoperto che le due attività hanno moltissimi punti di contatto, per esempio BeMyEye per funzionare ha bisogno degli indirizzi dei punti di vendita. Se un nostro cliente produce biscotti al cioccolato venduti da Bolzano a Siracusa e noi di BeMyEye dobbiamo controllare per suo conto tutte le pasticcerie d’Italia, abbiamo bisogno di tutti quegli gli indirizzi per localizzare con accuratezza i vari Job. Quindi per noi Atoka è stato fondamentale, dal momento che ci ha consentito di creare liste di indirizzi davvero precise e accurate.

Tra l’altro ho avuto modo di confrontare in maniera approfondita la qualità e precisione dei dati di Atoka rispetto a quanto fornito da un altro player del settore, e c’è davvero una differenza abissale: a volte con gli indirizzi dell’altro fornitore incappavamo in un negozio che, in realtà, era stato chiuso anni prima.

Atoka ci fa risparmiare tempo e fornisce informazioni molto precise e attendibili. Inoltre riesce ad abbinare a ogni anagrafica tutta una serie di altre informazioni prese dal web e, nel nostro caso, questo è molto utile perché talvolta non basta l’indirizzo per individuare un esercizio commerciale, può essere utile il nome dell’insegna, o altre informazioni che Atoka recupera dal web, ad esempio da Facebook.

C’è qualcosa di Atoka che vorresti migliorare?

Mah, è una domanda trabocchetto? [RIDE] Una volta che vengono selezionati i record, questi appaiono sullo schermo con dei grossi riquadri che riportano molti dettagli. Forse una visualizzazione in lista e più sintetica potrebbe rendere il processo di utilizzo più agevole. In quella fase leggere tutti i dettagli in realtà non mi interessa, preferirei una lista tipo griglia Excel… sarebbe più veloce ma è veramente un dettaglio. Sono banali questioni di interfaccia.

Molti hanno detto che i dati saranno il petrolio del XXI secolo, incluso l’ex vice-presidente della commissione europea Neelie Kroes. Pensi che sia così, cioè che il futuro sia di chi sa usare in modo buono, efficiente e utile i dati?

Sì, nel senso che i dati sono una risorsa fondamentale in svariate situazioni. È importante sia saperli raccogliere che riuscire ad utilizzarli per estrarre informazioni utili dal punto di vista operativo. Sono assolutamente convinto che la conoscenza dei dati sia fondamentale. Tutta la società sta andando verso la cultura dei dati, cioè la cultura dei KPI e delle metriche, è qualcosa che a mio giudizio è molto più presente oggi di quanto non fosse 10 anni fa: le decisioni si prendono sempre di più in funzione dei numeri, non delle opinioni. Ognuno ha una sua opinione, ma essere in grado di misurare la realtà, avere un pannello di controllo che ti dice cosa sta succedendo e capire in base ai numeri qual è la strada migliore da prendere, ecco… questo è un atteggiamento mentale che aiuta a innovare, che fa davvero la differenza.

Per approfondire

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