Alla scoperta dell’artigianato digitale, grande asset dell’economia Italiana

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Quando una delle due sedi della tua azienda è Trento, tra le capitali della cosiddetta Artisan Valley, è molto difficile ignorare il fenomeno degli artigiani digitali. Non a caso il CEO di SpazioDati, Michele Barbera, qualche mese fa se ne è occupato in un editoriale pubblicato su Gli Stati Generali. E in effetti sono oltre un migliaio le aziende in tutta Italia che, nei propri siti, menzionano concetti collegati all’universo dell’artigianato digitale, come Makers, fab lab o, appunto, artigiani digitali (si consideri che le aziende italiane con un sito non sono neanche 700mila). Senza parlare poi di quelle caratterizzate semanticamente da tecnologie del digital manufacturing ormai celebri come “stampa 3D” e “laser scanner”.

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In Italia uno dei più profondi conoscitori della rivoluzione del digital manufacturing è Stefano Micelli, docente di International management all’Università Ca’ Foscari di Venezia e direttore della Fondazione Nord est. Micelli è autore del saggio “Futuro artigiano” (Marsilio), premiato con il Compasso d’oro ADI nel 2014, e selezionato dal Ministero degli esteri tra i prodotti per promuovere il design italiano all’estero (proprio ieri si è tenuta la Prima giornata del design italiano nel mondo, con il docente “ambasciatore” del made in Italy a Shenzhen).
Micelli non solo ha coniato il concetto di “artigiano digitale” (e quello di “Artisan Valley”), ma ha fatto conoscere il potenziale delle nuove tecnologie a una terra, l’Italia, che ha sempre avuto nel saper fare uno dei suoi pilastri economici, culturali e identitari.

La verità è che non si può innovare senza fare. Questo è vero tanto per un maestro vetraio di Murano o un battilastra milanese, che per una startup ad alta intensità tecnologica come SpazioDati, da sempre convinta della necessità di un confronto permanente, e fecondo, tra imprenditoria innovativa e scienze sociali. Ecco perché, prendendo le mosse dall’editoriale di Barbera, abbiamo voluto rivolgere alcune domande a Micelli, per capire meglio un fenomeno che da sempre intriga SpazioDati.


Professore, quello degli “artigiani digitali” è un fenomeno in crescita, concretissimo. Una prova di ciò è il numero di aziende che fa riferimento all’universo semantico dell’artigianato digitale, come scrive Michele Barbera nel suo editoriale…

Mi ritrovo nell’analisi di Barbera. Un numero importante di imprese ha preso coscienza dell’importanza di un nuovo modo di lavorare sempre più a cavallo fra tradizione e nuove tecnologie. Si tratta di un passaggio importante per tante realtà aziendali, nel Nordest così come nel resto d’Italia. Una via originale, molto italiana, ai temi di Industria 4.0 che non riusciamo ancora a raccontare con la dovuta attenzione.

Si fatica, forse, anche a comprendere la portata del cambiamento…

Temo di sì. Facciamo fatica a immaginare la tecnologia come fattore pervasivo. Si continua a vedere le tecnologie digitali come un fenomeno che tocca un settore specifico, quello dell’high-tech, quando in realtà queste tecnologie riguardano, in maniera trasversale, tutte le attività collegate al manifatturiero. Vedere le tecnologie digitali come una nicchia a sé o come prerogativa di poche grandi imprese non ha senso. Nella realtà si stanno affermando nuovi modi di lavorare che mescolano in maniera originale il vecchio e il nuovo, l’analogico e il digitale. E questo a tutti i livelli.

Futuro Artigiano - Stefano Micelli

Il saggio “Futuro artigiano” riguardava proprio l’impatto della rivoluzione del digital manufacturing su mestieri visti come roccaforti del saper fare più tradizionale. Con largo anticipo.

Il tema di “Futuro artigiano” era ripensare i mestieri della tradizione italiana immaginando un nuovo modo di fare impresa. Pressoché tutte le imprese del manifatturiero avranno che fare con una stampante 3D o con macchine a controllo numerico. Pressoché tutte le imprese dovranno fare i conti con una nuova idea di comunicazione, con un video su YouTube o con una presenza attiva sui social. Quello che mi stava a cuore, e che ritengo tuttora attuale, era mettere in evidenza come i lavori di domani potranno fare leva su una quota di saperi tradizionali e una quota di saperi proiettati nel futuro. Noi italiani tendiamo a pensare che l’high-tech sia del tutto sganciato da ogni produzione tradizionale, mentre nell’esperienza del migliore made in Italy è vero il contrario.

Secondo i dati di Atoka, su circa 6 milioni di aziende neanche 700mila hanno un sito web, e appena 46mila quelle con un e-commerce. Si tratta di numeri molto bassi rispetto a quelli di paesi come la Francia o il Regno Unito.

Negli ultimi 15 anni in Italia non si è compresa la valenza strategica del digitale. Facciamo fatica a renderlo un tema di rilevanza collettiva, anche perché nelle scuole e nelle università è stato affrontato poco e in alcuni casi anche male. I giovani, che dovrebbero essere i promotori di questa nuova cultura digitale, fanno fatica a trovare un ruolo nelle imprese e a attivare quei processi di contaminazione che in altri paesi funzionano meglio. Per l’Italia si tratta di un problema di competitività: senza contaminazione rallenta l’innovazione così come l’internazionalizzazione del Made in Italy. È un problema serio.

Un elemento degno di nota del concetto di “artigianato digitale” è la sua natura trasversale che attraversa aziende molto diverse tra loro dalle botteghe artigiane alle start up. In fondo anche scrivere un codice informatico è un lavoro prima di tutto artigianale. Qual è la tua opinione a riguardo?

Fino a oggi purtroppo in Italia abbiamo distinto tra buoni e cattivi, tra imprese tradizionali, incapaci di innovare, e imprese high-tech da portare sugli scudi. Questo pregiudizio ha creato uno stacco generazionale da risolvere. Ha fatto credere ai giovani che i più anziani non avessero saperi rilevanti da offrire, e alle persone più anziane che i giovani fossero lì solo per fargli le scarpe. In questi termini la questione è mal posta. L’alleanza di questi saperi, insita nel concetto di artigiano digitale, è giusta e soprattutto è utile. È in grado di produrre qualcosa di unico a livello internazionale che il mondo ci invidia.

Secondo i dati ricavati con Atoka, i Makers sono un concetto che piace alle aziende italiane. Qual è stato l’impatto di questo movimento sull’Italia?

Ha portato una grande freschezza e una grande voglia di innovare. Soprattutto ha inventato un nuovo modo di relazionarsi con la tecnologia. In Italia abbiamo grande reverenza verso la tecnologia. Tendiamo a pensare che l’innovazione tecnologica passi per pochi, selezionatissimi spazi di ricerca, per i centri R&D di qualche grande azienda, per il laboratorio di questa o quella università prestigiosa. Il movimento dei Makers ha contribuito a portare avanti anche la battaglia dell’open source, dei fab lab e dei Makerspace. Ci ha insegnato che possono nascere grandi innovazioni da un fare curioso, consapevole e collaborativo.

È ironico che gli statunitensi Makers debbano farci riscoprire la nostra vocazione tecnica, tecnologica e manuale, che abbiamo sin dal Medio Evo…

Sì, l’Italia, specie quella manifatturiera, ha sempre avuto questo rapporto sperimentale con la tecnologia. Per po’ lo abbiamo dimenticato, ora per fortuna ricominciamo a capire che le buone idee non vengono solo da chi ha molti diplomi e dottorati, ma anche dalla passione, dalla determinazione, dalla dedizione, dalla volontà di cambiare.

A proposito, fab lab è un altro termine che emerge dalle nostre analisi semantiche. Per inciso, tu sei un grande sostenitore dei fab lab, e ti batti per portare il digital manufacturing nelle scuole.

Ho sostenuto personalmente tutta una serie di iniziative per portare la cultura dei fab lab e dei Makerspace negli ambienti della scuola. Credo che questi laboratori costituiscano piattaforme fondamentali per vivere la tecnologia in modo diverso: per i giovani sono una grande opportunità. Adesso queste esperienze devono entrare in una dimensione più matura. Devono comprendere dove posizionarsi nei nuovi ecosistemi dell’innovazione.

Ultima domanda. Abbiamo parlato di aziende che usano poco il web, di un Paese che deve valorizzare meglio la sua vocazione tecnologica. Tuttavia ci sono aziende che usano il web, i social media e via discorrendo con grandissima maestria. Ad esempio BertO, che racconta su YouTube i suoi divani, e che è stata citata dal CEO di Google.

Sì, per fortuna anche in Italia iniziamo ad avere casi interessanti di aziende che usano il web per raccontarsi diversamente. Quello che oggi è un fenomeno limitato a poche eccellenze, deve trasformarsi in breve in un fenomeno più ampio e vasto. La sfida, urgente, è quella di generalizzare queste buone pratiche per renderle più capillari e pervasive. I segnali positivi, in questo senso, non mancano.

[immagine della cover tratta da Flickr, @13238827@N07]

La redazioneAlla scoperta dell’artigianato digitale, grande asset dell’economia Italiana
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1 comment

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  • aspirante artigiano - 23 Luglio 2017 reply

    Berto, in effetti, è una bella storia di artigianato digitale. Colgo l’occasione di leggere questo blog-post per dire che in effetti io vorrei fare l’artigiano, ma avendo più familiarità con le nuove tecnologie che con quelle più tradizionali sino a pochi anni fa ero un po’ intimorito. L’esplosione del fenomeno dell’artigianato (raccontato molto bene non solo da blogger aziendali come voi, ma da scrittori, filosofi e giornalisti) mi ha rassicurato.

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